Auberge espagnole

Auberge espagnole è un modo di dire francese per indicare un luogo dove si trova di tutto, pieno di cose diverse e frutto di persone diverse.
Auberge espagnole è un film, che parla di un anno a Barcellona, proprio come quello che ho vissuto.
Auberge espagnole è un appartamento con vista sulla calle che non avrei mai voluto lasciare.
Auberge espagnole sono le persone che ho conosciuto fuori, gli amici che ho lasciato a casa, i luoghi che amo, la mia città, la musica, i film, le foto e molto altro.
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Ciao ciao università, questi 5 (magari) anni sono stati belli, intensi e sicuramente impossibili da dimenticare, ma dopo l’altro giorno direi che è ufficialmente arrivato il momento di lasciarti. 

"che siccome che sò cecata" (cit.)

L’amore non esiste è un cliché di situazioni
tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie
finché il muro di parole che hanno eretto
resterà ancora fra loro a rovinare tutto
L’amore non esiste è l’effetto prorompente
di dottrine moraliste sulle voglie della gente
è il più comodo rimedio alla paura
di non essere capaci a rimanere soli
L’amore non ha casa, non ha un’orbita terrestre
non risponde ai più banali meccanismi tra le forze,
è un assetto societario in conflitto d’interesse
L’amore non esiste

Ma esistiamo io e te
e la nostra ribellione alla statistica
un’abbraccio per proteggerci dal vento
l’illusione di competere col tempo
Io non ho la religiosa accettazione della fine
potessimo trovare altri sinonimi del bene
l’amore non esiste, esistiamo io e te

Chiudere definitivamente il pc dopo due mesi estenuanti e mettere in ordine i fogli della tesi, sapendo che almeno per una settimana non dovrò vederli.
La sveglia che suona presto, la valigia che non si chiude e l’aeroporto affollato in un venerdì di inizio agosto. 
L’entusiasmo di essere finalmente in partenza.
I pensieri e la stanchezza che svaniscono non appena intravedo il profilo familiare di una città dal finestrino dell’aero. 
Riconoscere strade, palazzi, piazze, persone e avere la sensazione di essere di nuovo a casa. 
Una serata in compagnia di belle persone. 
L’inconfondibile tetto della pedrera illuminato in una sera d’estate. 
Passare in continuazione dallo spagnolo, all’inglese, all’italiano finendo inevitabilmente per mischiare tutte e tre con risultati esilaranti. 
Il mare, finalmente. 
Un gelato sul lungomare di Sitges mentre il sole tramonta. 
La colazione al Buenas Migas vicino al mio vecchio appartamento. 
Il brunch perfetto in un posto nuovo e una scritta che dice ”in Grandmothers we trust”.
La clara, il pan con tomate, la sangria de cava, le tapas. 
Perdersi per le strade del centro, per poi ritrovarsi sempre in qualche posto familiare. 
La luce nei vicoli semi-deserti del Barrio Gotico. 
Sorridere ogni volta che per caso passo davanti a un posto che mi ricorda un momento speciale.
Una telefonata e la voce di un amico. 
Un abbraccio che dura qualche secondo in più del dovuto. 
Camminare vicini per le strade della città al tramonto e ritrovarsi a mangiare orientale in un ristorante nascosto nelle strade del Born. 
Parlare per ore, pensando che forse in questi mesi nulla è cambiato. 
Tornare insieme a casa e risvegliarsi il giorno dopo con uno strano sorriso stampato sulla faccia. 
Il mare, ancora il mare.
Una cena al femminile in un ristorante affollato. 
Le chiacchere con un’amica fino a tardi. 
Tornare a casa a piedi canticchiando “luna di città d’agosto”. 
Il Parc Diagonal Mar al Poblenou e il Jardì Botanic al Montjuic. 
Scattare foto in continuazione.
Comprare qualcosa in un negozio nuovo e ricevere in regalo un palloncino.
Sedersi su un’altalena vicino al mare e provare per un attimo la stessa spensieratezza di quando avevo 5 anni. 
La voglia di vedere una persona che però sembra essere distante. 
Le aspettative, maledette aspettative, che mi fregano sempre. 
Una serata surreale che sembra una scena di 500 days of summer. 
Preparare mentalmente il discorso perfetto, per poi dimenticarlo appena arrivata e farfugliare qualcosa che è un quarto di quello che avrei voluto dire.
Chiedersi se mai le cose cambieranno o se forse è arrivato il momento di lasciar perdere e guardare avanti. 
Bere ancora una volta alla Fontana de Canalets, sperando che sia vero quello che dicono e che magari tornerò di nuovo.
Un pranzo in un locale hipster vicino l’università, la torta più buona che abbia mai mangiato e parlare di un futuro che non so davvero che direzione prenderà. 
Salutare due amici mentre aspetto l’autobus per l’aeroporto, promettendo ancora una volta che ci vedremo presto.  
Una persona che mi abbraccia e mentre sto andando via mi dice sorridendo “tanto ci vediamo quando torni fra un paio di mesi”

Non lo so. Non lo so se davvero tornerò così presto, o fra un altro anno o chissà quando. Non so cosa farò e dove da qui a qualche mese, se sceglierò di restare o di partire di nuovo, se magari nelle prossime settimane qualcosa cambierà e allora avrò un motivo diverso per tornare. 
Quello che so, e che ho realizzato ancora una volta dopo essere tornata a casa, è che ormai Barcellona è diventata una seconda casa, e che -alla luce di quanto è successo negli ultimi due anni- scegliere di partire è stata forse una delle migliori decisioni che abbia mai preso.

twillhiddleston:

Notting Hill (1999)

"Surreal, but nice."

(via corpidicarta)

65 plays
Paolo Nutini,
Caustic Love

And let’s get this straight
Sometimes you’ll rise, and there’s time you’ll fall
After all, you’re just blood and bones
And you don’t owe no one, oh
No, you don’t owe no one
So don’t live like one price is right,
Cause there is some things in your life that you can’t fight

Di canzoni che arrivano al momento giusto e ti ricordano qualcosa che forse ultimamente avevi dimenticato. 

Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. E’ quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.
Haruki Murakami - Norwegian Wood 

I preparativi per la mia maturità sono stati un incubo. Ho dato tantissimi altri esami in seguito, ho scritto una tesi, mi sono laureata, ho fatto colloqui di lavoro, ma ancora ricordo con terrore i giorni precedenti a quel grandissimo mostro che sanciva, più che altro, il passaggio da una routine che durava cinque anni a un salto nel vuoto che, almeno in teoria, avrebbe dovuto traghettarmi come Caronte verso l’età adulta. Ma la maturità mi ha insegnato delle cose, che non sono i 408 esametri del carme 64 di Catullo a memoria (anche se…Peliaco quondam prognatae vertice pinus dicuntur liquidas Neptuni nasse per undas Phasidos ad fluctus et fines Aeetaeos) o la formula del moto orario; alla maturità ho imparato a vendermi a un pubblico, a parlare tanto di quello che so e ad ammettere serenamente quello che non so, a ridere in situazioni di stress, ad ascoltare le domande che mi vengono poste, ad afferrare con le unghie gli spazi che cercano di sottrarmi. Che anche le cose enormi, quelle che ci sembrano scure e piene di zanne, finiscono. Che del tuo esame di matematica non fregherà più a nessuno, ma che continuerai a sognartelo per anni e anni a seguire. E che non vale la pena non finire un gelato fragola e pistacchio per una formula di fisica – nessuno me le ha mai più chieste, e pare che sia ancora viva.

Abbiamo le prove: sono sopravvissuta all’esame di maturità - Eugenia Durante

Favorite Movies: Across the Universe (2007)

“Hey Jude, don’t be afraid. You were made to go out and get her.”

And don’t you know that it’s just you,
Hey Jude, you’ll do,
The movement you need is on your shoulder.

(via she-talks-to-rainbows)

Qualche anno fa, quando ero ancora tra i banchi di scuola, un bravo professore mi fece capire l’importanza delle scelte che facciamo. Lo fece attraverso le parole di un romanzo che da allora mi è rimasto impresso, in cui il protagonista sceglie abbandonare una vita di ease and pleasure per andare incontro a qualcosa di incerto. Senza alcun motivo razionale, decide di rischiare, trovandosi così ad affrontare una serie di esperienze che lo portano a conoscere veramente se stesso.

È passato molto tempo da quelle lezioni, ma mi sono tornate in mente oggi, mentre di fronte ad alcuni eventi mi sono resa conto che ancora una volta stavo prendendo la strada più facile.Ad esempio è facile crogiolarsi in una situazione indefinita, aspettando un segno che non arriva o scherzandoci su con le amiche. Facile rispondere in maniera evasiva, dicendo a tutti che la situazione è sotto controllo quando in realtà non ne sei sicura; facile rimandare il lavoro a domani, solo perché oggi non hai voglia di affrontarlo; rinunciare progetti che hai in testa perché “non è il momento giusto”, lasciar perdere in partenza, ripetersi che non ne vale la pena, o convincersi che in fondo non lo vuoi davvero.

La verità è che ogni scelta importante comporta paura e per questo richiede coraggio. Paura ad esempio di sapere se quella situazione avrà davvero un futuro, di scoprire se il lavoro che stai facendo è la cosa migliore o peggiore che tu abbia mai fatto, paura di investire il tuo tempo in un’idea che magari non funziona o semplicemente di sbagliare, fallire, fare una brutta figura.
Ma c’è una cosa -banale, lo so- di cui mi sono resa conto negli ultimi giorni: le cose migliori che mi sono capitate in questi ultimi anni, sono arrivate quando ho avuto il coraggio di rischiare, superando la palizzata di insicurezze che mi ero costruita attorno. Non sono state tutte positive, sia chiaro, ma in qualche modo ognuna mi ha lasciato qualcosa e mi ha cambiato. 
Allora, ecco, ci ho pensato un po’ su e mi sono detta che forse è arrivato di nuovo il momento di cambiare strada. 

(Ciao prof, ancora una volta avevi ragione tu.)

L’entusiasmo di una nuova partenza, seppur per pochi giorni
Chiudere la valigia e andare all’aeroporto, lasciando a casa tutte le ansie, i problemi e i pensieri degli ultimi mesi
La voglia di rivedere delle amiche dopo tanto tempo 
Riprendere a parlare spagnolo e rendersi conto che fa ancora un po’ pena, ma per fortuna c’è sempre l’inglese
Arrivare a destinazione e trovare i sorrisi e gli abbracci di altri amici pronti ad accoglierti
Il sole della sicilia che non si smentisce mai
Il profumo del mare e le strade strette del centro che sembrano uscite da un quadro
La facciata del duomo colorata da una luce arancio e un tramonto incredibile sul mare che mi fa pensare a una vacanza a Mallorca di qualche anno fa
Gli arancini, il pizzolo, i dolci a base di mandorle e pistacchio
Gente che parla spagnolo, inglese, tedesco, italiano (e siciliano!) ma in qualche modo riesce sempre a capirsi
Una giornata di mare in una spiaggia semi-deserta e il primo bagno della stagione
Una colazione sedute ad un tavolino vista mare
Passare ore a farsi belle mentre in sottofondo la radio passa canzoni che sanno di estate
I capelli sistemati, un vestito lungo e un paio di scarpe alte nuove
La felicità di vedere due amici che si sposano
Il caldo, le foto, le risate
Una tavolata di gente di nazionalità diverse
Continuare a cambiare lingua e finire inevitabilmente per mescolare italiano, inglese e spagnolo
Cercare di spiegare a uno straniero che si, è normale che a un matrimonio italiano si mangi così tanto
Il cibo, le foto, le risate
Resistere stoicamente nonostante le scarpe comincino a far male
I saluti, i sorrisi e gli abbracci 
Preparare la valigia e imbarcarsi in un viaggio surreale verso l’aeroporto
Altri saluti, altri sorrisi, altri abbracci
"ci vediamo presto" anche se presto non sappiamo quando sarà
Salire sul volo e trovare al mio posto una rivista con in copertina un posto splendido di Barcellona dove sono stata con una persona 
Una canzone in sottofondo che dice “home is wherever I’m with you”
Sorridere pensando che è una casualità mentre gli occhi si fanno lucidi e iniziare a contare i giorni in attesa di una nuova partenza